Posted by: Luciano on: February 18, 2008
Alcune persone si rifiutano di credere che Dio possa castigare, perché la parola castigo oggi ha assunto una connotazione decisamente negativa nella mentalità comune. Nella mentalità dominante nella nostra epoca il castigo è considerato come un’azione riprovevole, quasi che implichi necessariamente cattiveria da parte di chi lo attua. E siccome Dio è per definizione amore e misericordia allora si esclude che possa castigare i suoi figli. Ma il verbo castigare, che deriva dal latino, nel suo significato originario significa “correggere”. Il castigo è quindi una correzione di Dio, una “lezione” se vogliamo, per dei figli che con la loro stolta cecità spirituale e la loro orgogliosa disubbidienza scelgono le vie dell’autodistruzione spirituale. Dio in ultima analisi agisce così solo per il nostro bene, in virtù del Suo amore, per evitarci un male e una sofferenza infinitamente peggiori. I castighi che Dio manda non sono perciò espressione di un desiderio di vendetta, quasi che Dio agisca per una sadica smania di rivalsa alla tiepidezza dei Suoi figli nei Suoi confronti, ma una dimostrazione estrema 1) del Suo amore, 2) della Sua misericordia e della Sua giustizia.
Il castigo è una dimostrazione del Suo amore: perché Egli ci castiga per il nostro bene, come farebbe un padre amorevole che riprende i suoi figli disubbidienti. Dio ci vuole salvare tutti e quindi a un’umanità che ha perso l’umiltà e rischia di buttarsi fra le grinfie di Satana Egli cerca di farle comprendere i veri valori, anche con la sofferenza se è necessario. Quei valori che sono il vero patrimonio della nostra Fede e di cui spesso ci sfugge l’importanza, perché sono tante le seduzioni e le suggestioni del mondo di oggi che ci offuscano la mente inducendoci in inganno e impedendoci di discernere ciò che è veramente importante da ciò che non lo è. Il male e le calamità che Dio permette o i castighi che manda di sua mano sono quindi sempre espressione del suo amore.
Il castigo è una dimostrazione della Sua misericordia e della Sua giustizia: perché quando il Suo popolo è vittima dell’oppressione e della sofferenza Egli viene con misericordia in suo soccorso mettendo in atto la Sua giustizia contro i nemici anche con rigore se necessario. Quando il male sembra prevalere Egli ascolta le invocazioni dei giusti e interviene con la Sua mirabile potenza per ristabilire la giustizia.
Dio quindi può castigare gli uomini permettendo un male, ma anche mandando di propria mano una punizione. Nella Bibbia stessa, i riferimenti ai castighi mandati da Dio non mancano. Pretendere di negare questa realtà significa rifiutare gli insegnamenti stessi della Scrittura. Quando Dio manda le dieci piaghe sull’Egitto lo fa per misericordia verso il popolo di Israele. Dio sul Sinai aveva detto a Mosè: “Ho osservato la miseria del Mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele…” (Esodo 3,7-8).
Egli lascia libertà agli uomini, anche di compiere misfatti. Ma quando le azioni dei Suoi nemici minacciano i Suoi eletti e i giusti, pur permettendo talvolta che durino per un certo tempo – il tempo della prova – alla fine viene immancabilmente in loro soccorso. In questi casi il suo castigo può essere un atto di misericordia verso i giusti per liberarli in maniera completa e definitiva dal giogo del male. Ma anche una dimostrazione della Sua Gloria e un ammonimento per i Suoi avversari affinché si convertano.
Per altro troviamo confermata la validità del concetto di castigo divino anche in innumerevoli rivelazioni private di santi, beati e venerabili. Già a Fatima nel famoso “segreto“, la Madonna ammoniva:
“Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate che è il grande segno che Dio vi dà che sta per castigare il mondo per i suoi crimini, per mezzo della guerra, della fame e delle persecuzioni alla Chiesa e al Santo Padre. Per impedirla, verrò a chiedere la consacrazione della Russia al Mio Cuore Immacolato e la Comunione riparatrice nei primi sabati. Se accetteranno le Mie richieste, la Russia si convertirà e avranno pace”.
La Madonna qui ci dimostra che Dio quando è necessario può mandare castighi ai suoi figli, ma al tempo stesso prima li ammonisce, indicandogli anche la via per evitarli.
Come sappiamo l’appello della Madonna a Fatima non venne ascoltato e ciò fece sì che la Russia diffondesse i suoi errori (il comunismo) nel mondo. E il mondo durante il XX secolo è stato flagellato da guerre, carestie e persecuzioni, le più terribili della storia, esattamente come la Madonna aveva predetto. Queste piaghe dei nostri giorni non sono state mandate da Dio ma Egli le ha permesse, lasciando che Satana attuasse il suo piano diabolico di odio e distruzione.
La ragione per cui ci siamo soffermati così lungamente sul significato di castigo divino è perché la sua comprensione (e la sua accettazione!) alla luce della Fede è di fondamentale importanza per discernere molti degli avvenimenti del nostro tempo, per analizzare nella giusta prospettiva ciò che è accaduto nel XX secolo e ciò che con molta probabilità ci attende in futuro se l’uomo non saprà trarre profitto dalla lezione della storia e dagli innumerevoli ammonimenti della Madonna di questi anni.
Tratto da www.profezie3m.it
Posted by: Luciano on: January 13, 2008
Pensieri sparsi di Padre Pio


Camminate con semplicità nella via del Signore e non tormentate il vostro spirito. Bisogna che odiate i vostri difetti ma con odio tranquillo e non già fastidioso ed inquieto; fa d’uopo avere con essi pazienza e ritrarne vantaggio mediante un santo abbassamento. In difetto di tal pazienza, mie buone figliole, le vostre imperfezioni, invece di scemare, crescono sempre più, non essendovi cosa che nutrisca tanto i nostri difetti quanto l’inquietudine e la sollecitudine di volerli allontanare.
Guardati dalle ansie ed inquietudini, perché non vi è cosa che maggiormente impedisca il camminare nella perfezione. Poni, figliuola mia, dolcemente il tuo cuore nelle piaghe del nostro Signore, ma non a forza di braccia. Abbi una gran confidenza nella sua misericordia e bontà, ch’egli non ti abbandonerà mai, ma non lasciare per questo di abbracciare bene la sua santa croce.
Non ti inquietare quando non puoi meditare, non puoi comunicarti e non puoi attendere a tutte le pratiche devote.Cerca in questo frattempo di supplire diversamente col tenerti unita a nostro Signore con una volontà amorosa, con le orazioni giaculatorie, con le comunioni spirituali.
Camminiamo, dunque, sempre anche nel nostro passo lento; purché abbiamo l’effetto buono e risoluto, non possiamo se non camminare bene. No, mie carissime figliole, non è necessario per l’esercizio della virtù stare attualmente attente a tutte; questo veramente imbroglierebbe e ravvolgerebbe troppo i vostri pensieri ed effetti.
Non ti affaticare intorno a cose che generano sollecitudine, perturbazioni ed affanni. Una sola cosa è necessaria: sollevare lo spirito ed amare Dio.
L’ansietà è uno dei maggiori traditori che la vera virtù e soda devozione possa mai avere; finge di riscaldarsi al bene operare, ma non lo fa, se non per raffreddarsi, e non ci fa correre, per farci inciampare e per questo bisogna guardarsene in ogni occasione, particolarmente nell’orazione; e per meglio riuscirci, sarà bene ricordarsi che le grazie e i gusti dell’orazione non sono acque della terra ma del cielo, e che perciò tutti i nostri sforzi non bastano a far cadere, benché sia necessario il disporsi con grandissima diligenza sì, ma sempre umile e tranquilla: bisogna tenere il cuore aperto verso il cielo, ed aspettare di là la celeste rugiada.
Di che dovete affannarvi se Gesù vuol farvi pervenire alla patria celeste per i deserti o per i campi, quando e per gli uni e per gli altri si perverrà lo stesso alla beata eternità? Allontanate da voi ogni soverchia preoccupazione che nasce dalle prove con le quali il buon Dio vuole visitarvi; e se ciò non è possibile, allontanatene il pensiero ed in tutto vivete rassegnati ai divini voleri.
La spirito di Dio è spirito di pace, ed anche nelle mancanze più gravi ci fa sentire un dolore tranquillo, umile, confidente, e ciò dipende appunto dalla sua misericordia.
Lo spirito del demonio, invece, eccita, esaspera e ci fa provare, nello stesso dolore, quasi l’ira contro noi stessi, mentre invece la prima carità la dobbiamo appunto usare verso di noi. Quindi se alcuni pensieri ti agitano, questa agitazione non viene mai da Dio, che ti dona la tranquillità, essendo spirito di pace, ma dal diavolo.
Lo slancio di essere nella pace eterna è buono, è santo; ma bisogna moderarlo con la completa rassegnazione ai divini voleri: meglio fare il divin volere sulla terra che godere il paradiso. “Soffrire e non morire”, era il motto di santa Teresa. E’ dolce il purgatorio (in questa terra) quando si pena per amor di Dio…Devi piuttosto umiliarti davanti a Dio anziché abbatterti d’animo, se egli ti riserba le sofferenze del suo Figliuolo e vuol farti esperimentare la tua debolezza.
E la pazienza è maggiormente perfetta, quanto è meno mescolata di sollecitudine e di disturbi. Se il buon Dio vuole prolungare l’ora della prova, non vogliate lamentarvene ed investigarne il perché, ma tenete sempre presente questo che i figli di Israele stettero a viaggiare per quarant’anni nel deserto prima di mettere piede nella terra promessa.
Posted by: Luciano on: January 5, 2008
di Henri Nouwen
Spesso la missione è pensata esclusivamente in termini di donazione, ma la vera missione è anche ricevere. Se è vero che lo Spirito di Gesù soffia dove vuole, non c’ è persona che non possa dare quello Spirito. A lungo andare, la missione è possibile soltanto quando è tanto ricevere che dare, tanto essere presi a cuore che prendere a cuore.
Siamo mandati agli ammalati, ai morenti, agli handicappati, ai carcerati e ai rifugiati per portare loro la buona notizia della resurrezione del Signore. Ma ci spegneremmo subito, se non potessimo ricevere lo Spirito del Signore da coloro cui siamo mandati.
Quello Spirito, lo Spirito d’amore, è nascosto nella loro povertà, nel loro essere a pezzi e nella prostrazione, nel loro dolore. Ecco perché Gesù ha detto: «Beati i poveri, i perseguitati e gli afflitti». Ogni volta che li raggiungiamo, essi a loro volta -ne siano consapevoli o meno -ci benedicono con lo Spirito di Gesù, diventando così nostri ministri.
Senza questa reciprocità del dare e del ricevere, missione e ministero diventano facilmente manipolabili o violenti. Infatti, quando soltanto uno dà e l’altro riceve, colui che dà diventa presto un oppressore e coloro che ricevono vittime. Ma quando colui che dà riceve e colui che riceve dà, il circolo d’amore, iniziato nella comunità dei discepoli, può allargarsi persino a tutto il mondo.
Fa parte dell’ essenza della vita eucaristica far crescere questo cerchio d’amore.
E sentiremo racconti di solitudine, paura, rifiuto, abbandono e tristezza immensi. Dobbiamo ascoltare, spesso a lungo, ma ci sono anche le opportunità di dire a parole o con semplici gesti: «Non sapevi che ciò per cui ti stai affliggendo può essere vissuto anche come una via per qualcosa di nuovo? Probabilmente è impossibile cambiare quello che ti è successo, ma sei ancora libero di scegliere come viverlo».
La maggior parte della gente semplicemente non crede che siano possibili i cambiamenti radicali e non riesce a dare la sua fiducia quando incontra gli sconosciuti. Ma ogni volta che c’è un incontro reale che conduce dalla disperazione alla speranza e dall’amarezza alla gratitudine, vedremo dissolversi parte delle tenebre e trasformarsi in luce.
Questa è stata, e continua a essere, l’esperienza di coloro che vivono una vita eucaristica. Essi vedono come loro missione sfidare persistentemente i loro compagni di viaggio a scegliere la gratitudine invece del risentimento e la speranza invece della disperazione.Le poche volte in cui questa sfida viene accettata sono sufficienti per rendere la loro vita degna di essere vissuta. Veder comparire un sorriso in mezzo alle lacrime significa essere testimoni di un miracolo -il miracolo della gioia.
Statisticamente niente di tutto ciò è molto interessante.Coloro che chiedono: «Quante persone avete raggiunto? Quanti cambiamenti avete apportato? Quanti mali avete curato? Quanta gioia avete creato?», riceveranno sempre delle risposte deludenti. Gesù e i suoi seguaci non ebbero grande successo.
Il mondo è ancora un mondo buio, pieno di violenza, corruzione, oppressione e sfruttamento. Probabilmente lo sarà sempre! La domanda non è «Quanto presto e quanti?», ma «Dove e quando?». Dov’è celebrata l’eucaristia, dove sono le persone che si mettono insieme intorno alla mensa spezzando il pane insieme e quando ciò avviene?
Il mondo si trova sotto il potere del male. Il mondo non riconosce la luce che risplende nell’oscurità. Non lo ha mai fatto; mai lo farà. Ma ci sono persone che, in mezzo a questo mondo, vivono! Con la consapevolezza che egli è vivo e dimora dentro di noi, che egli ha superato il potere della morte e ha aperto la via della gloria.
Ci sono persone che si riuniscono insieme, che si mettono intorno alla tavola e fanno quello che lui ha fatto, in memoria di lui, cioè vanno a Messa. Ma le stesse persone continuano a raccontarsi le storie di speranza e insieme vanno fuori a prendersi cura dei loro simili, senza pretendere di risolvere tutti i problemi, ma di portare un sorriso a un morente e una piccola speranza a un bambino abbandonato?
È così piccola, così non spettacolare, così nascosta questa vita eucaristica, ma è come lievito, come un granello di senape, come un sorriso sul volto di un bambino. È ciò che tiene vivi la fede, la speranza e l’amore in un mondo che è continuamente sull’orlo dell’autodistruzione.
L’eucaristia, a volte, è celebrata con grande cerimonia, in splendide cattedrali e basiliche. Ma più spesso è un ‘piccolo’ evento di cui sanno poche persone.
Avviene in un soggiorno, nella cella di una prigione, in una soffitta -lontano dalla vista dei grandi movimenti del mondo. Avviene in segreto; senza paramenti, candele o incenso.
Avviene con gesti così semplici che dall’esterno non si sa nemmeno che hanno luogo. Ma grande o piccolo, festivo o nascosto, è lo stesso evento, il quale rivela che la vita è più forte della morte e l’amore più forte della paura.
Posted by: Luciano on: December 11, 2007
Dopo aver riflettuto sulla guarigione di Bartimeo qualcuno potrebbe porsi la domanda: come mai molti ammalati vorrebbero guarire, chiedono di guarire, ma non vengono guariti? Rispondere ad una simile domanda non è semplice. La difficoltà deriva dal fatto che noi non sappiamo qual è il vero bene di una persona, quale percorso è richiesto per la purificazione della sua anima, quanto matura è la sua fede, qual è il disegno di Dio su di lei e su quanti stanno attorno a lei. Proviamo tuttavia a cercare alcune ragioni di carattere generale, anche se, per domande come questa, è inevitabile procedere a tentoni.
Un caso possibile è quello in cui il nostro vero bene deve passare attraverso la malattia; non è raro infatti il caso in cui la malattia del corpo diventa uno strumento per vere e proprie guarigioni dell’anima; lo vediamo in certe persone la cui natura orgogliosa, autoritaria, inquieta… dopo lunghe e penose malattie diventa umile, dolce, serena, sottomessa alla volontà di Dio, attenta alle necessità del prossimo.
Un altro caso è quello di coloro che sono talmente presi dalle attività di questo mondo, da non pensare mai che un giorno dovranno lasciarlo; in questi casi la malattia può costituire un potente richiamo a considerare la vita e la morte nella giusta prospettiva, a rivedere la propria scala di valori, a porsi veramente le domande fondamentali sul senso della propria esistenza.
Casi simili possono presentarsi con infinite varianti e sfumature, ma in tutti ciò che si richiede non è di pregare per la guarigione del corpo, ma di passare attraverso la malattia del corpo per guarire nell’anima. La perplessità della nostra intelligenza di fronte al problema della malattia è forse dovuta a questo fatto: noi siamo molto più scossi e scioccati dalle malattie del corpo che non da quelle dell’anima, se sapessimo apprezzare e desiderare di più la salute e la vera vita dell’anima non avremmo così paura della malattia del corpo, anzi, ringrazieremmo il Signore che, a volte, dalla malattia riesce a far sorgere veri e propri capolavori, e se il capolavoro non sorge bisognava comunque tentare di farlo sorgere.
Un altro caso possibile è quando ci si rivolge a Dio non avendo le dovute disposizioni, ossia ci si rivolge a Lui pretendendo che esaudisca assolutamente le nostre richieste. Si soffre il disagio della malattia, si crede che Dio potrebbe guarirla, ma non si riesce a capire perché non lo faccia. In realtà, ciò che non si capisce in questo caso, è che Dio non è qualcuno il cui compito principale sia quello di eliminare i nostri disagi o risolvere i nostri problemi, ma è qualcuno che ci ama e si aspetta di essere riamato; il nostro compito è quindi quello di scoprire ed accettare ciò che Lui vuole fare della nostra vita, ogni altra preoccupazione è decisamente secondaria rispetto all’importanza di instaurare con Lui un corretto rapporto d’amore. Quello che spesso è pressoché inesistente è un sincero desiderio di amare Dio, mentre è molto forte la preoccupazione di evitare i disagi e gli impedimenti che la malattia comporta, ecco il motivo per cui chiediamo a Dio la guarigione.
L’esempio di come pregare quando si è nel dolore ci è dato da Gesù agonizzante nell’orto degli ulivi. In quel momento di grandi sofferenze, Gesù a più riprese prega di venir liberato dai dolori che Lo opprimono, ma sempre la sua preghiera si sottomette alla volontà del Padre. Dice Gesù nella sua angoscia: Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu! (Mt 26, 39-44).
Così dovremmo pregare anche noi, ma prima di giungere a una tale perfezione la nostra preghiera ha di solito un percorso più inquieto e ribelle. Il libro dei salmi, quello di Giobbe, i lamenti dei profeti, contengono formidabili esempi di preghiere tormentate, proteste e ribellioni; potremmo però dire che sono tormenti, proteste e ribellioni secondo il volere di Dio, non perché la protesta e la ribellione siano la perfezione della preghiera, ma perché sono momenti attraverso i quali normalmente si passa per giungere ad una più profonda conoscenza e a un più profondo amore di Lui.
Insegnamento da una novella di Andersen
C’è una novella di Andersen che può aiutarci a comprendere la necessità di rinunciare alle nostre proteste per abbandonarci completamente alla volontà di Dio. Eccone il riassunto.
Da tre giorni una madre veglia il suo bambino gravemente ammalato. Un vecchio bussa alla sua porta e chiede di ripararsi un poco dal gelido inverno, la donna lo accoglie, gli prepara qualche cosa di caldo e gli partecipa il suo dolore; vorrebbe essere rassicurata nei suoi timori e chiede: Il Signore non vorrà riprenderselo! Non credi, vero, che lo perderò! Poi stremata dalla stanchezza si addormenta. Quando si riprende, il vecchio e il bambino sono spariti. Disperata, esce alla loro ricerca. Chiede agli uni e agli altri se li hanno visti e dove siano andati. Viene così a sapere che il vecchio altri non era che la morte in persona. Ma il suo amore di madre la spinge ad affrontare qualunque sacrificio, a superare qualsiasi prova pur di raggiungere il vecchio e chiedergli che gli restituisca il suo bambino.
Fu così che dopo tanto vagare e tanto patire giunse in un luogo “dov’era una strana dimora”, qui incontra una vecchia becchina che stava lì a custodire la grande serra della morte. La vecchia le chiede: Come sei venuta fin qui, chi ti ha aiutata? – Il Signore mi ha aiutata…Lui è misericordioso, e anche tu lo sarai! Dove posso trovare il mio bambino? La vecchia le spiega che nel giardino da lei custodito ci sono molti alberi e fiori, ogni uomo ha il suo albero di vita o il suo fiore, a seconda della conformazione di ognuno… in ogni pianta e in ogni fiore c’è un cuore che batte, quando un fiore o un albero appassiscono il vecchio li prende e li trapianta nel grande giardino del Paradiso, nella terra sconosciuta, il suo bambino però lei non sa quale sia.
La madre allora si mette ad ascoltare il battito del cuore dei fiorellini per cercare di riconoscere quello del suo bambino. Dopo molto cercare riesce a trovarlo. Decide allora di aspettare la morte per impedirle di strappare il fiore del suo bambino. Quando il vecchio arriva le chiede: Come hai potuto trovare la strada per venire fin qui? Come hai fatto ad arrivare prima di me? – Sono una madre! Disse lei – Non puoi nulla contro di me! Disse la morte – Ma lo può Dio! Rispose lei – Io non faccio che la sua volontà! Disse la morte. Io sono il giardiniere! Io prendo le sue piante e i suoi fiori per trapiantarli nel grande giardino del Paradiso, nella terra sconosciuta, ma come poi crescano, e come sia il luogo, non oso dirtelo! – Ridammi il mio bambino! Diceva la madre, piangendo e implorando. D’un tratto afferrò con entrambe le mani due bei fiori e gridò alla morte: Ti strappo tutti i fiori, perché sono disperata! – Non toccare! Disse la morte. Dici che sei tanto infelice, ed ora vuoi che un’altra madre diventi infelice come te! – Un’altra madre! Disse la povera donna, e ritrasse subito le mani dai fiori.
Poi il vecchio la invitò a guardare in un pozzo dicendole che mentre lui avrebbe pronunciato il nome dei fiori che lei voleva strappare, avrebbe visto il futuro di quelle due vite umane, avrebbe visto quello che voleva scompigliare e distruggere. La madre guardò nel pozzo: era una gioia contemplare come l’uno dei fiori diventava una benedizione per il mondo, e come ne spirava felicità e letizia. Guardò poi la vita dell’altro fiore, ma non vide che dolore e miseria, orrore e infelicità.
L’uno e l’altro sono volontà di Dio! Disse la morte. La madre gli chiese quale di essi fosse il fiore della sventura, e quale il fiore della grazia. Non te lo dico! Disse la morte. Ma sappi che uno dei fiori era la vita del tuo bambino, era la futura sorte del tuo bambino quella che hai visto! -. La madre gridò spaventata: Salva il mio bambino da tutta quella miseria! Portalo via, piuttosto! Portalo nel Regno di Dio, dimentica le mie lacrime, dimentica le mie preghiere e tutto quello che ho detto e fatto! – Non ti capisco! Disse la morte. Vuoi che ti renda il bambino, o vuoi che lo porti nel paese che ti è sconosciuto? -. La madre cadde in ginocchio, torcendosi le mani e pregando il Signore: Non ascoltare se prego contro la tua volontà, che è la migliore! Non ascoltare! Non ascoltare! E la morte se ne andò col bambino nel paese sconosciuto.
Questo racconto può aiutarci a pregare meglio quando diciamo: Venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, perché ci suggerisce l’idea che molte nostre fatiche, molte nostre ricerche, molti nostri desideri e preghiere ci procurerebbero cose contrarie al nostro vero bene o al bene delle persone che amiamo; noi non lo vediamo e non lo comprendiamo, ma Dio che vede e comprende non ce le concede, anche a costo di essere considerato duro e insensibile.
Il dolore e l’espiazione dei peccati
L’aspetto che ci conviene considerare a questo punto è la relazione esistente fra la malattia e l’espiazione dei peccati; a questo scopo è opportuno riflettere un poco sui termini “peccato” ed “espiazione”.
La prima cosa da tener presente è che si ha possibilità di peccato lì dove c’è un rapporto d’amore; qualcuno diceva che per comprendere il peccato bisogna comprendere l’amore. Quando uno stona nel suonare il violino o sbaglia a fare un conto, non commette un peccato, ma commette un errore, in questi casi infatti non si è coinvolti in un rapporto d’amore, non c’è una persona di fronte ad un’altra persona, ma solo una persona di fronte al compito che deve svolgere. La cosa è diversa quando ci troviamo di fronte a qualcuno che ci vuole bene, in questo caso commettere un errore significa offendere o ferire quella persona nel suo amore, ossia commettere un peccato; un peccato è poi una cosa tanto grave perché l’amore è la cosa più bella e più preziosa che ci sia.
Conviene ancora considerare come a determinare la gravità di un peccato intervengano due fattori: la purezza dell’amore che si offende e la consapevolezza di colui che offende. Un peccato è tanto più grave quanto più l’amore che si offende è grande e puro; un atto di indelicatezza verso una persona che incontriamo occasionalmente è grave, ma la gravità di questa indelicatezza aumenta se è compiuta nei confronti di un fidanzato, di una moglie, di un amico o di Dio, perché in questi casi non si offende solo la loro persona, ma anche il loro amore, e più l’amore è forte e puro più è grave. Il salmo 54 (13-14) descrive molto bene questa dolorosa esperienza dicendo: Se mi avesse insultato un nemico, l’avrei sopportato; se fosse insorto contro di me un avversario, da lui mi sarei nascosto. Ma sei tu, mio compagno, mio amico e confidente; ci legava una dolce amicizia… Quando è un amico ad offenderci la sofferenza che si prova è molto più grande!
L’altro fattore che determina la gravità di un peccato è il nostro grado di consapevolezza o di lucidità nel momento in cui offendiamo l’amore: maggiore è la consapevolezza, maggiore è la gravità, ma qui entra in gioco il segreto del cuore di ognuno che solo Dio conosce. Possiamo tuttavia dire che, in generale, ognuno di noi quando offende l’infinita delicatezza e l’infinita bellezza dell’amore è in parte consapevole e in parte inconsapevole; nella misura in cui siamo consapevoli meritiamo il castigo e nella misura in cui non lo siamo meritiamo il perdono. Nel primo caso il Signore ci dice: Lontano da me maledetti…(Mt 25, 41), mentre nel secondo, per ottenerci la misericordia del Padre, prega: Perdonali, perché non sanno quello che fanno (Lc 23, 34).
Stando così le cose, la nostra preoccupazione principale dovrebbe essere quella di cercare di capire sempre meglio il mistero della vita e dell’amore; dovremmo fare tutto il possibile per non correre il rischio di offendere Colui che ci ama con un amore infinito e perfetto, dovremmo fare tutto il possibile per non offendere coloro che sono stati pensati per vivere d’amore, ossia noi stessi ed i nostri fratelli. Sempre potremo dire: “Io non sapevo che fosse così grave, se avessi saputo…”, ma alla domanda: “Che cosa hai fatto per cercare di sapere? Quanto impegno hai messo per renderti conto di come stavano le cose?” Non è detto che sempre potremo rispondere con sincerità: “Ho fatto tutto quello che era in mio potere”. Comprendere pienamente i misteri dell’amore e della vita è un compito superiore alle nostre forze, ma fare qualche sforzo per cercare di comprendere non lo è.
Le precedenti considerazioni possono aiutarci a capire la necessità di espiare i peccati. Incominciamo col pensare che cosa accadrebbe se non ci fosse questa necessità: accadrebbe una cosa terribile e rivoltante che renderebbe senza senso tutte le nostre azioni, infatti, offendere o non offendere qualcuno nel suo amore sarebbe completamente indifferente, vivere o non vivere secondo la legge dell’amore non avrebbe alcuna conseguenza, i buoni non otterrebbero alcun premio per l’impegno sostenuto nel diventare tali e per i cattivi non ci sarebbe alcun castigo. Un sistema di questo genere sarebbe assurdo. Allora, la necessità di espiare i peccati deriva dal fatto che non deve essere indifferente offendere o non offendere qualcuno nel suo amore; vivere secondo la legge dell’amore deve avere certe conseguenze, non vivere secondo questa legge deve averne altre. Quando si offende l’amore ci deve quindi essere un dolore conseguente e proporzionato a questa offesa. Ora, noi viviamo e siamo solidali con un mondo in cui l’impegno per cercare di amare Dio e l’impegno per amarci gli uni gli altri non è che abbondi, ma questo è un disordine e un’ingiustizia che non possono essere senza conseguenze; e le conseguenze sono le ingiustizie, i disordini e le tribolazioni che affliggono normalmente la nostra vita sulla terra.
Proviamo a fare qualche esempio: se non c’è in noi la preoccupazione di alimentare l’amore di Dio, mentre è molto forte quella di alimentare l’amore per ogni forma di piacere o soddisfazione sensibile, a lungo andare dovremo fare i conti con le conseguenze di questo disordine; così, chi esagera nel bere dovrà soffrire prima o poi varie malattie e disturbi che derivano direttamente da questo disordine, allo stesso modo non sarà esente da varie malattie chi esagera nel mangiare o nella ricerca dei piaceri sessuali. Chi esagera nel lavoro, chi è imprudente nel guidare, chi mette a repentaglio la propria vita nella ricerca di sensazioni estreme, andrà probabilmente incontro a malattie o incidenti che in molti casi procureranno la morte a sé e ad altri.
Le malattie e le tribolazioni che seguono ai nostri disordini sono tuttavia una misericordia del Signore che cerca in questo modo di scuoterci e di farci riflettere; la malattia infatti, con il linguaggio del dolore, ci dice inequivocabilmente che un qualche ordine o una qualche legge sono stati violati. C.S. Lewis diceva che Dio sussurra nei nostri piaceri, parla nelle nostre coscienze, ma grida nelle nostre sofferenze; il dolore è il suo megafono per svegliare un mondo sordo.
Non possiamo quindi violare o ignorare gli ordini e le leggi di Dio senza patirne giustamente le conseguenze. Chiedere di guarire in questi casi, sarebbe come chiedere l’autorizzazione a fare quello che si vuole senza essere raggiunti dalle conseguenze dolorose dei nostri atti disordinati. L’atto disordinato per eccellenza è fondamentalmente quello di non interessarsi di Dio, la conseguenza di questo disordine sarà il non poter ricevere quegli aiuti senza i quali non è possibile che la vita dell’uomo funzioni correttamente, sarà allora inevitabile che, presto o tardi, tribolazioni e malattie si presentino con il loro assortito campionario di sofferenze.
Bisogna inoltre considerare che normalmente non si soffre solo a causa dei propri peccati, ma anche per quelli delle persone che ci circondano. Un ragazzo che si suicida, ad esempio, coinvolge nel suo dramma: genitori, fratelli, amici, conoscenti… Questo dovrebbe richiamare la nostra attenzione su un fatto a cui poco si pensa, vale a dire che l’effetto di ogni azione, anche minima, non si arresta solo alla persona che la compie, ma estende il suo influsso su un gran numero di altre; non è poi in nostro potere sapere fin dove questo influsso si estenda. Nel giorno del giudizio saremo sorpresi di vedere fin dove sono giunti gli influssi buoni o cattivi delle nostre azioni.
È importante osservare a questo punto un fatto sorprendente: generalmente colui che viola la legge dell’amore non ne subisce immediatamente le conseguenze dolorose, anzi, vi trova piacere e gratificazione, accade tuttavia che da qualche parte ci siano degli innocenti che soffrono proprio per queste trasgressioni. Ad esempio, chi non si cura affatto di santificare la domenica e le altre feste comandate, si sentirà libero in questi giorni di fare quello che gli pare senza provare la minima sofferenza o il minimo turbamento. Tuttavia, ci sarà da qualche parte un amico, una madre, un monaco, un cristiano…i quali, a causa dell’amore di Dio e del prossimo che li abita, non potranno non dispiacersi e soffrire nel vedere l’offesa recata a Dio da questi comportamenti, non potranno non temere per le inevitabili tribolazioni che questi peccati causeranno a chi li commette. Un giorno che San Francesco piangeva gli fu chiesto: Perché piangi, e lui rispose: Perché l’Amore non è amato.
Le cose dette ci fanno forse intravedere come qualsiasi offesa all’amore debba essere espiata, ogni debito debba essere pagato, per ogni disordine ci deve essere qualcuno che si assume il compito di riordinare la casa. Evidentemente, Colui che più ha espiato per le trasgressioni contro la legge dell’amore è Gesù nella sua passione e morte. I Vangeli e la sindone di Torino, mostrandoci Gesù ferito e sanguinante dalla testa ai piedi, ci suggeriscono che ogni offesa all’amore ha avuto una ripercussione dolorosa sul suo corpo e nella sua Persona.
Dalle cose dette possiamo ricavare che le nostre tribolazioni e le nostre sofferenze possono avere due componenti: una componente dovuta alla necessità di espiare i nostri peccati e una componente dovuta alla necessità di espiare i peccati delle persone che ci circondano. Questo ci mostra ancora come la vita di ognuno, oltre che dalle proprie azioni, sia anche condizionata dalle azioni buone o cattive delle persone che stanno attorno a noi. San Paolo ci esorta allora a portare gli uni i pesi degli altri per adempiere in questo modo la legge di Cristo (Gal 6, 2). Se durante la vita presente ci è soprattutto chiesto di portare i pesi gli uni degli altri, è perché in quella futura, quando tutti saremo pienamente abitati dallo Spirito dell’amore, ci sarà dato di godere gli uni della gioia degli altri, dei loro meriti e delle loro glorie.
A proposito delle componenti delle nostre sofferenze, è difficile sapere in che misura soffriamo a causa dei nostri peccati, e in che misura soffriamo per quelli degli altri, possiamo però dire che più saremo purificati dal fuoco dell’amore di Dio più saremo disposti ad accettare la sofferenza, e il motivo è il seguente: più si comprende la bellezza, la delicatezza e la profondità dell’amore di Dio e del prossimo, più si comprende anche la necessità di riparare per ogni offesa che l’amore subisce, sia che questa sia stata provocata da noi o da altri. La conferma la possiamo avere dalle dichiarazioni di tutti i santi i quali, più procedono sulla via della santità più dichiarano di essere dei grandi peccatori e più sono disposti a fare penitenza non solo per i loro peccati, ma anche per il gran numero di quelli che si commettono nel mondo.
La sofferenza degli innocenti
Potremmo a questo punto tentare di riflettere su di un ultimo interrogativo, quello relativo alla sofferenza degli innocenti. Bisogna prima di tutto osservare che nessuno è completamente innocente, ogni uomo che viene all’esistenza è come se venisse immerso in un mondo di peccato, l’inevitabile conseguenza sarà quella di commettere prima o poi dei peccati. Ci sono tuttavia dei casi che suscitano una particolare impressione di ingiustizia, ad esempio quelli in cui la malattia, la sofferenza o la violenza travolgono i bambini prima che siano in grado di esercitare la loro libertà e perciò non si possono ritenere responsabili di peccato, per questo motivo non dovrebbero subirne le conseguenze dolorose.
Casi particolarmente pietosi sono quelli in cui la malattia priva una creatura delle sue capacità di intendere e di volere; di fronte a tali situazioni si rimane perplessi e sconcertati. Una prima insufficiente risposta potrebbe essere questa: una parte della loro sofferenza serve ad espiare i peccati che avrebbero sicuramente commesso se avessero avuto una salute ed una vita normali. Questa risposta non elimina tuttavia un’impressione di ingiustizia o di sproporzione per le sofferenze che queste creature devono sopportare. Penso allora che queste situazioni ci invitino a pensare alla vita di queste vittime non solo come un fatto privato, ma come facente parte di un disegno più grande, un disegno in cui entrano in gioco le vicende dell’intera umanità. Ora, l’umanità nel suo insieme è molto peccatrice, si compiono infatti in essa molte cose che gravemente offendono Dio e il prossimo. Possiamo inoltre constatare come spesso certe offese, certe resistenze alla grazia, la volontà di fare di testa propria su molti punti, non durino poco, ma continuino per anni ed anni, a volte fino alla morte, e questo non può essere senza conseguenze dolorose, qualcuno inevitabilmente soffrirà a causa di queste offese, e molto spesso a soffrire sono proprio coloro che meno lo meriterebbero. Il primo di questi è stato Gesù, poi coloro che in vario modo Gesù vuole associare alla sua passione redentrice.
È a questo proposito importante osservare che, sia la Chiesa di occidente sia quella di oriente, celebri la festa dei Santi Innocenti, mostrandoci così la dignità e la gloria a cui sono elevati coloro che, non per loro volontà, ma per volontà del Signore, sono stati chiamati a portare il peso di ingiuste sofferenze nell’estremo tentativo di richiamare alla giustizia coloro che giusti non sono. Celebrando la festa dei Santi Innocenti la Chiesa ci invita ancora a considerare come non sia la vita presente il tempo e il luogo in cui Dio ha deciso di dare a ciascuno la giusta ricompensa. La giustizia, che tutti desideriamo veder trionfare, deve attendere la conclusione della vicenda umana ed il grande giorno del giudizio, allora, veramente i buoni ed i malvagi avranno quanto si meritano, anzi, i buoni avranno molto di più di quanto avranno saputo sperare nei loro più arditi desideri. Ce lo assicura San Paolo dicendo: Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano (1Cor 2, 9). Queste parole, insieme ad altre della Sacra Scrittura, suggeriscono inoltre che una risposta pienamente soddisfacente a quanti soffrono ingiustamente non può venire da un ragionamento, per quanto corretto, ma deve venire dall’incontro con una Persona, dall’incontro con un Volto, il Volto di Colui che, essendo l’Amore, ha il potere di placare ogni dolore, consolare ogni afflizione, asciugare ogni lacrima e ricompensare ogni sacrificio.
A Lui onore e gloria nei secoli.
(tratto da: Meditazioni sul Vangelo di Gesù)
Posted by: Luciano on: November 24, 2007
La preghiera è la migliore arma che abbiamo; è una chiave che apre il cuore di Dio.
Devi parlare a Gesù anche col cuore oltre che col labbro; anzi in certi contingenti devi parlargli soltanto col cuore.
La preghiera è l’effusione del nostro cuore in quello di Dio… Quando essa è fatta bene, commuove il Cuore divino e lo invita sempre più ad esaudirci.
Ricorrete con più filiale abbandono a Gesù, il quale non potrà resistere a non farvi sentire una goccia di refrigerio e di conforto… A Lui si innalzi forte la vostra voce e sia quella dell’umiltà dello spirito, della contrizione del cuore e della preghiera della lingua.
Conserva uno spirito d’una santa allegrezza, la quale, modestamente diffusa nelle tue azioni e parole, apporti consolazioni agli uomini, ai figli di Dio, acciocchè essi ne glorifichino Dio, secondo il precetto fattoci dal nostro divin maestro.
Non ti affaticare intorno a cose che generano sollecitudine, perturbazioni ed affanni. Una sola cosa è necessaria: sollevare lo spirito ed amare Dio.
Tieni per fermo che quanto più un anima è a Dio gradita, tanto più dovrà essere provata. Perciò coraggio ed avanti sempre.
Lasciate pure che la natura si risenta dinanzi al soffrire, poichè niente vi è in questo di più naturale all’infuori del peccato; la vostra volontà, col divino aiuto, sarà sempre superiore ed il divino amore non verrà mai meno nel vostro spirito, se non tralasciate la preghiera.
Non vogliate sconfortarvi e perdervi di coraggio per l’enorme debito contratto con la divina giustizia. Gesù è di tutti ma lo è a più ragione per i peccatori.
Le tue tentazioni sono del demonio e dell’inferno, ma le tue pene ed afflizioni son di Dio e del paradiso; le madri sono di Babilonia, ma le figlie sono di Gerusalemme. Disprezza le tentazioni ed abbraccia le tribolazioni…. lascia soffiare il vento e non pensare che lo squillo delle foglie sia il rumore delle armi.
Non temete il nemico; egli non varrà nulla contro la navicella del vostro spirito, perchè il nocchiero è Gesù, la stella è Maria.
Facciamoci santi, così dopo essere stati insieme sulla terra, staremo sempre insieme in paradiso.
Se so che una persona è afflitta, sia nell’anima che nel corpo, che farei presso del Signore per vederlo libera dai suoi mali? Volentieri mi addosserei, pur di vederla andar salva, tutte le sue afflizioni, cedendo in suo favore i frutti di tali sofferenze, se il Signore me lo permettesse.
La Santità è amare il prossimo come noi stessi e per amore di Dio. La santità, su questo punto, è amare fino a chi ci maledice, ci odia, ci perseguita, anzi persino fargli del bene.
L’amore ci fa correre a grandi passi; il timore invece, ci fa guardare con saviezza dove si mette il piede, guidandoci a non mai inciampare nella strada che ci mena al cielo.
Poniamo i nostri cuori in Dio solo, per non più riprenderli. Egli è la nostra pace, la nostra consolazione e la nostra gloria.
Conviene, prima di ogni altra cosa, procurare di vivere tranquilli nello spirito, non perchè la tranquillità sia madre del contento cristiano, ma perchè è figlia dell’amore di Dio.
Dio pone la sua mano sotto quelli che cadono senza malizia, acciocchè non si facciano del male o restino feriti, e li rialza e solleva così presto che non si accorgono di essere caduti…
Non seminare nel giardino altrui, ma coltiva bene il tuo; non desiderare punto di essere quello che non sei, me desidera bene di essere quello che sei.
Se Dio ci togliesse tutto quello che ci ha dato, rimarremmo con i nostri stracci..
Quando al cader del giorno vi assalirà la tristezza, allora più che mai dovete ravvivare la vostra confidenza in Dio, umiliarvi davanti a Lui, espandere l’anima vostra in lodi e benedizioni al Padre celeste.
Chi comincia ad amare deve essere pronto a soffrire.
Tieni presente Gesù sempre alla tua mente: egli non venne per riposarsi nè per avere le sue comodità, nè spirituali nè temporali, ma per combattere, mortificarsi e morire.
Hai visto un campo di grano in piena maturazione? Potrai osservare che certe spighe sono alte e rigogliose; altre, invece, sono piegate a terra. Prova a prendere le alte, le più vanitose, vedrai che queste sono vuote; se invece prendi le più basse, le più umili, queste sono cariche di chicchi. Da ciò potrai dedurre che la vanità è vuota.
Gesù glorificato è bello ma quantunque egli sia tale, sembrami lo sia maggiormante crocifisso.
Fà che non turbi l’anima tua il triste spettacolo dell’ingiustizia umana: anche questa nell’economia delle cose ha il suo valore. E’ su di essa che vedrai sorgere un giorno l’immancabile trionfo dela giustizia di Dio!
Posted by: Luciano on: October 25, 2007
di Henri Nouwen
È difficile vivere nel presente. Il passato e il futuro continuano a tormentarci. Il passato con la colpa, il futuro con le ansie. Tante cose sono accadute nella nostra vita per le quali ci sentiamo a disagio, pieni di rimpianti, di rabbia, di confusione o, per lo meno, ambivalenti. E tutti questi sentimenti sono spesso colorati di colpa. La colpa che dice: “Dovevi fare qualcosa di diverso da quello che hai fatto; dovevi dire qualcosa di diverso da quello che hai detto”. Questi “dovevi” continuano a farci sentire in colpa rispetto al passato e ci impediscono di essere pienamente presenti nel momento attuale.
Peggiori della colpa sono però le nostre ansie. Le nostre ansie riempiono la nostra vita di “se”: “se perdo il lavoro, se mio padre muore, se non ci sarà abbastanza denaro, se l’economia va male, se scoppia una guerra?”. Tutti questi “se” possono talmente riempire la nostra mente che diventiamo ciechi ai fiori nel giardino e ai bambini nelle strade, o sordi alla voce grata di un amico.
I veri nemici della nostra vita sono questi “dovevi” e questi “se”. Ci spingono indietro nell’inalterabile passato e in avanti verso un imprevedibile futuro. Ma la vera vita ha luogo qui ed ora. Dio è un Dio del presente. Dio è sempre nel momento presente, che quel momento sia facile o difficile, gioioso o doloroso. Quando Gesù parlava di Dio ne parlava sempre come di un Dio che è quando e dove noi siamo. “Chi ha visto me ha visto il Padre. Chi ascolta me ascolta il Padre.” Dio non è qualcuno che era o che sarà, ma Colui che è, e che è per me in questo momento. Perciò Gesù è venuto a spazzar via il peso del passato e le ansie del futuro.
Egli vuole che noi scopriamo Dio proprio là dove siamo, qui e ora.
Posted by: Luciano on: October 15, 2007
San Vincenzo dè Paoli
Chi cammina nella semplicità può andar sicuro. Invece quelli che usano cautele, o doppiezze vivono sempre nel timore che la loro simulazione venga scoperta e nessuno si fidi più di loro.
Non è semplicità scoprire ogni sorta di pensieri, perchè questa virtù è discreta, e non è mai opposta alla prudenza, la quale ci fa discernere ciò che è bene dire da ciò che è più conveniente tacere.
Il mondo è immerso nella doppiezza. A stento si trova oggi un uomo che parli come pensa. Da ogni parte non si vede che artificio e finzione. E ciò può infiltrarsi anche attraverso le grate di un convento!
Tre circostanza sono viziose e ci dimostrano che non dobbiamo dire le cose quali le abbiamo in cuore: quando vanno contro Dio, o contro il prossimo o tornano a nostro onore.
Tutti amano i semplici, le persone candide, che non usano astuzie nè imbrogli, che vanno alla buona e parlano sinceramente, in modo che tutto quello che dicono corrisponde a quello che hanno nel cuore.
Predicare semplicemente e solo per il Signore; niente fanfaronate, niente ricami, ma si parli come si vuole, purchè le nostre prediche siano fatte con semplicità e alla buona.
Dov’è la semplicità, ivi è Dio.
Posted by: Luciano on: October 9, 2007
Carissimo, ti raccomando dunque, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità. Questa è una cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità. Uno solo, infatti, è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti. Questa testimonianza egli l’ha data nei tempi stabiliti, e di essa io sono stato fatto banditore e apostolo — dico la verità, non mentisco — , maestro dei pagani nella fede e nella verità.
Voglio dunque che gli uomini preghino, dovunque si trovino, alzando al cielo mani pure senza ira e senza contese. Alla stessa maniera facciano le donne, con abiti decenti, adornandosi di pudore e riservatezza, non di trecce e ornamenti d’oro, di perle o di vesti sontuose, ma di opere buone, come conviene a donne che fanno professione di pietà.
Posted by: Luciano on: September 30, 2007
Dagli Scritti di Padre Pio (cfr. lettera a Anita Rodote)
Posted by: Luciano on: September 30, 2007
di Giovanni Paolo II
I Dieci Comandamenti schiudono davanti a noi l’unico futuro autenticamente umano e questo perché non sono l’arbitraria imposizione di un Dio tirannico. Jahvè li ha scritti nella pietra, ma li ha incisi soprattutto in ogni cuore umano come universale legge morale valida ed attuale in ogni luogo ed in ogni tempo. Questa legge impedisce che l’egoismo e l’odio, la menzogna e il disprezzo distruggano la persona umana. I Dieci Comandamenti, con il loro costante richiamo alla divina Alleanza, pongono in luce che il Signore è l’unico nostro Dio e che ogni altra divinità è falsa e finisce per ridurre in schiavitù l’essere umano, portandolo a degradare la propria umana dignità.